la repubblica delle farfalle

Lo so. E’ abbastanza scandaloso che da libraia io sia arrivata a questo libro solo ora. Faccio un doveroso mea culpa, ma al tempo stesso rammento la gran fortuna che ho nel poter essere libera di raccontare libri che non rappresentano affatto le ultime novità editoriali.

Siamo in pieno clima da “Giornata della Memoria” e ho dedicato una parte della mia vetrina a romanzi e albi illustrati che affrontano il tema della Shoah e dell’Olocausto. Mentre la preparavo, ragionavo sul fatto che a breve sarà un giorno da dedicare alla memoria della memoria dato che gli ultimi sopravvissuti alle deportazioni e ai terribili campi di concentramento sono davvero pochi.

Una parte della storia viva, fatta di voci e ricordi, sta scomparendo ed è compito quanto più urgente mantenere in evidenza questa grande risorsa di testimonianze ed esperienze.
Matteo Corradini, per esempio, ci sta dedicando una vita intera. Laureato in Lingue orientali con specializzazione in lingua ebraica, si occupa proprio di Didattica della Memoria.
ll suo incontro con Terezìn, la città-fortezza in Repubblica Ceca che negli anni della Seconda Guerra Mondiale diventò un ghetto in grado di rinchiudere tra i suoi bastioni ben 155 mila persone, avviene nel 2002 e, come dice lo stesso scrittore alla fine di questo libro, ci torna ogni anno, anche più volte l’anno.

Non sono un’esperta sull’Olocausto, ma quando ho iniziato a leggere “La repubblica delle farfalle” (BUR), ho avvertito la stessa sensazione che Matteo descrive in chiusura. Terezin fu certamente una prigione a cielo aperto, ma “c’è un’aria che ogni volta racconta l’esistenza più della distruzione, il coraggio più dell’abbandono, la vita più delle morte.

Lo dico subito perché a te che leggi rimanga impresso.
In questo libro troverai pagine di poesia pura.
Che poi è quello che non ti aspetti, perché da un ghetto pensi
non possa nascere niente di bello.

Loro ci riuscirono, i ragazzi che negli anni di permanenza a Terezin decisero di fondare una redazione e produrre ogni settimana un giornale che raccontasse la vita del ghetto, con tanto di rubriche, interviste e approfondimenti. La rivista si chiamava Vedem che vuol dire avanguardia, è arrivata fino a noi e alcune delle sue complessive 800 pagine sono ancora oggi conservate sia a Terezin che nel museo Yad Vashem di Gerusalemme.

A raccontare la vicenda è uno dei ragazzi stessi della redazione, un adolescente come tanti improvvisamente privato di ogni genere di bene o affetto e deportato da Praga come tanti suoi coetanei (si calcola che nel ghetto ci siano stati circa 15mila tra bambini e ragazzi).

E’ sorprendente leggere come i protagonisti si sforzino di mantenere abitudini, risate e diverimenti in un ambiente dove si vive ogni giorno sospesi sul filo, le regole cambiano senza preavviso, i treni verso una destinazione sconosciuta sono sempre pronti a partire e la morte è sotto i loro occhi. La vedono, la respirano, la sentono. E la raccontano.
Il venerdì sera, quando nelle camerate cala il silenzio, fiochi lumini vengono accessi su un tavolo, i fogli tirati fuori da sotto i materassi e le notizie raccolte o ascoltate sono condivise.
Vedem non è solo uno svago. Diventa un impegno, una responsabilità, un modo per lottare in questo loro mondo grigio dove non si può camminare sui marciapiedi e non si vedono più farfalle.

Sogni angoscianti e la crudezza della realtà spesso si mescolano nel racconto, ma l’energia non viene mai meno.
C’è nelle battute che i ragazzi si scambiano, nei giochi e nelle uscite clandestine notturne.
C’è la vita, nonostante tutto.

Ecco perché questo libro dovrebbe essere letto nelle classi. Per raccontare senza bisogno di spiegare come la libertà possa assumere molte forme, come l’atto di scrivere, ascoltare, confrontarsi siano operazioni semplici ma potenti, capaci di illuminare anche le notti di Terezin.

Quando il ghetto comincia a essere svuotato e file interminabili di persone si dirigono verso i binari del treno, ho provato paura.
Mi ero affezionata a quei ragazzi. Ho sperato che fossero tra i 142 (sì, solo 142 su 15mila) che ce la fecero e tornarono a casa, ammesso che ce ne fosse ancora una.
Mentre le pagine scorrevano verso la fine, mi sono resa conto che negli anni di permanenza a Terezin quei ragazzi erano diventati uomini con tutte le migliori qualità che ci si aspetta raggiunta l’età adulta.
E anche questo stupisce: che in mezzo a tanto orrore i valori dell’amicizia, del rispetto, della lealtà non siano venuti meno.

Le persone che, dopo anni di fame e stenti, arrivarono ad Auschwitz, Birkenau e Treblinka, erano ormai involucri vuoti, fogli sottilissimi di carta velina pronta a strapparsi alla prima caduta e al primo stento.
A loro era stato tolto tutto. Tranne la consapevolezza. Conoscevano il loro destino, qualcuno lo ha temuto fino all’ultimo, qualcuno ci è andato incontro in modo silenzioso.

Se dovessi dire in poche parole cosa rappresenta per me “La repubblica delle farfalle” io direi che è un meraviglioso inno alla bellezza del genere umano.

Esatto, hai capito bene.
Qui troverai la bellezza vera, quella dell’orrore mista allo spirito di sopravvivenza.
Soprattutto quella che non è data una volta per tutte, non è lì ferma a farsi rimirare.
La bellezza di Terezin è qualcosa che tanti ragazzi come quella raccontati da Matteo Corradini si sono impegnati a costruire ogni giorno, senza sapere se ce ne sarebbe stato uno dopo.

Insegniamo questo ai nostri ragazzi.
La bellezza va creata sempre.
Non puoi pensare che lo faccia qualcun altro per te.
E’ compito tuo!