L'arte della fuga

La casa editrice Iperborea è da molti anni un esempio nel panorama letterario per coerenza, bellezza ed eleganza dei suoi libri.
Come molti sapranno, è specializzata in autori nordeuropei e ha, quindi, il merito, di portare in Italia prospettive, sguardi e storie lontane dal nostro immaginario e proprio per questo buone da pensare, da leggere, da stimolare riflessioni.

Tentata soprattutto dal fascino della copertina che, devo dire, ultimamente sta decidendo le sorti di molte delle mie letture, ho iniziato “L’arte della fuga” di Fredrik Sjöberg, una figura già di per sè affasciante quanto le cose che scrive.
Scrittore, etnomologo, giornalista culturale, il signor Fredrik (che mi scuserà se uso l’ardire di chiamarlo per nome ma il cognome non so bene come pronunciarlo!) è anche un collezionista. Di mosche.

Sì, avete capito bene. Dal 1986 vive su un’isola al largo di Stoccolma dove studia e colleziona questi insetti dei quali è diventato uno dei maggiori esperti mondiali.
E’ facile, dunque, immaginarsi quest’uomo come una personalità molto curiosa e attenta ai dettagli, amante dell’osservazione in tutte le sue molteplici forme.
Il libro che ho letto, in realtà, chiude una trilogia che comprende “L’arte di collezionare mosche” (appunto!) e “Il re dell’uvetta” ma gode di vita propria in tutto e per tutto.
Non conoscendo i due testi precedenti, sono andata a informarmi e mi sono resa conto di avere a che fare con una personalità unica. Se nel suo primo libro ha senza dubbio puntato i riflettori su se stesso, l’intento era anche quello di spingere il lettore a osservare la vita da un’altra ottica e cogliere il mondo e la natura attraverso una nuova prospettiva.
E’ questo sua innata sete di conoscenza che lo porta a raccontare la vita di personaggi probabilmente destinati a restare nell’ombra e che, attraverso le sue ricerche e le sue parole, diventano storie e parte di meccanismi più grandi capaci di abbracciare altri vissuti e intere nazioni.

Se, ne “Il re dell’uvetta” aveva raccontato la vita di Gustav Eisen (1847-1940), svedese di nascita e americano d’adozione, scienziato naturale e leggendario esperto di lombrichi, nel libro “L’arte della fuga” il punto di partenza per la sua personale esplorazione del mondo è l’artista Gunnar Widforss (1879-1934), un acquarellista pressoschè sconosciuto in patria, ma vero idolo nazionale in America dove è giudicato il pittore ufficiale dei parchi nazionali e gode di una cima del Grand Canyon dedicata a suo nome.

Sono andata a cercare i suoi quadri su Google. Forse, senza la mediazione della lettura, lo avrei etichettato come un qualunque artista di paesaggi, di quelli che puoi trovare appesi in ogni casa e che raramente ritraggono un luogo dove il proprietario ci sia stato davvero.
Ed ecco che, invece, una specie di investigatore di quadri e storie, mi mette faccia a faccia con degli acquarelli che hanno davvero qualcosa d’incredibile. Il modo con cui Gunnar, che diventa quasi un amico dello scrittore per il modo con cui quest’ultimo si è messo sulle tracce del suo percorso di vita e lavorativo, riesce a restituire i riflessi della luce su una roccia o l’anima di un albero non è cosa da poco. Si comprende il lunghissimo processo di osservazione, la pazienza e il senso dell’attesa.

Eppure ci sono storie che sarebbero destinate all’oblio se qualcuno non sapesse coglierle. Fredrik Sjöberg in questo è un vero segugio: compra cataloghi, frequenta assiduamente archivi e case d’asta, spulcia lettere, incontra personalmente i suoi informatori, si siede su una Mustang e percorre gli Stati Uniti in lungo e in largo a caccia di notizie, frammenti, pezzi di un puzzle che vuole ricomporre e che alla fine possa anche dare un senso al titolo del libro.

In mezzo ci mette il suo: le riflessioni sul rapporto tra uomo e natura, le curiosità storiche e anche degli eventi divertenti. E’ un abile narratore, una mente saggia che negli anni ha saputo fare tesoro delle esperienze più varie e che, al momento opportuno, tornano a galla per aiutarlo in un ragionamento o sostenere una tesi.

E’ un libro che scorre, ma che non scivola via. Non è un romanzo, non è un saggio. Forse è un modo di guardare, che è diverso da vedere.
Fredrik Sjöberg, portandoci passo passo nella vita di questo pittore, ci ricorda come un’esistenza sia un grande labirinto, potenzialmente in grado di aprirsi su altre vie e, quindi, nuove storie.
Non c’è fanatismo nella sua ricerca. Anzi, trapelano un grande rispetto e una profonda sensibilità nella cura della informazioni e nelle opinioni che manifesta.

Sono felice di aver fatto questa scoperta. E’ un libro che esula dalle mie letture tradizionali e che mi ha regalato uno sguardo nuovo.
Mi sembra uno dei doni più grandi che possa fare una storia.
Vi lascio uno degli acquarelli di Gunnar, ritraente proprio il Grand Canyon che per gran parte della sua vita fu come una casa.

Gunnar Widforss

L’ARTE DELLA FUGA

Fredrik Sjöberg

2017 IPERBOREA

16 EURO