storie sospese

Il cielo questa mattina è grigio su Torino. Scende qualche goccia di pioggia, ho già litigato con la caldaia e pure con mio figlio perché ci metteva una vita a fare colazione, salvo poi ritrovarci stretti sotto il suo micrombrellino e lanciarci baci dalla finestra dell’asilo.
Ora sono al caldo nella mia libreria, ho messo in sottofondo il pianoforte di Ludovico Einaudi, una signora anziana è appena venuta a prendere altri pennarelli per il marito che dipinge facendosi due risate perché sulla confezione c’è scritto 2+. Si è guardata intorno prima di uscire, dicendomi: “Ai nostri tempi i libri li abbiamo amati davvero. Oggi ci sono i computer, ma il libro è un’altra cosa!”.

Ecco, la prima storia della mattina. Una delle tante che si stanno accumulando qui, insieme a quella del papà che la mattina scorsa ha trascorso qui una mezz’oretta insieme alla sua piccina di soli 6 mesi e alla signora che sempre ieri si è portata via l’ultima copia di “Il richiamo della palude” di Calì e Somà, mentre il suo cane riposava tranquillo ai suoi piedi. “E’ anziana e ci vede poco, ma nelle librerie sta bene, è a suo agio”.

Già, le storie.
Ieri sera era qui Cristina Di Canio, libraia e autrice de “La libreria delle storie sospese” (Rizzoli). Ha un’energia strabordante, contagiosa, ti inonda con un fiume di parole che faticano a contenere l’entusiasmo per una vita che si è scelta, anche a costo di sembrare pazza.
Si è parlato di librerie e librai, ovviamente, ma ciò che mi rimane dentro dal dialogo con lei è la consapevolezza che quando apri un luogo come questo non stai semplicemente facendo commercio.
Lei, come tanti altri bravissimi colleghi, ha capito che il cuore di una libreria è soprattutto la relazione.
Questa è la ragione che l’ha spinta ad aprire in una via considerata commercialmente un fallimento, tra un meccanico e un ristorante che apre solo la sera.
E’ la stessa ragione che mi ha portato a cercare la dimensione di quartiere, lontana dal centro e dal viavai continuo di passanti, che però sfuggono e sono solo tanti volti.
Qui i volti diventano nomi e vissuti, imparo a riconoscerli come le copertine dei libri.

Continueranno a dirci che il mercato editoriale è in crisi, che in Italia non si legge abbastanza per far sopravvivere una libreria indipendente.
Io seguo l’esempio di Cristina, credendo che, prima dei bilanci, contino di più le connessioni tra le persone e la presenza di luoghi, come il mio e il suo, dove puoi sentirti bene.

Ieri, nella fretta di accompagnarla alla stazione, non ho fatto in tempo di leggere la dedica che mi ha lasciato sulla copia del suo romanzo.
L’ho vista stamattina e ho sorriso: ” Ci sono luoghi che da subito senti casa … ecco qui è successo proprio questo!“.
Allora, io continuerò a lavorare su questo.
Insieme alla fiducia che, se credi nel tuo lavoro e lo comunichi con passione, le persone … quelle giuste arrivano a te!
Ho confidato a Cristina il mio timore di organizzare eventi con persone note per il timore di non avere abbastanza pubblico.
Lei, con la sua franchezza, mi ha risposto che qui non devo cercare questo. Sono altri i luoghi dove si possono riempire le platee.
Qui io devo puntare sulla dimensione dell’incontro informale e spontaneo.
E’ qualcosa di diverso e l’ho sentito anche ieri sera, quando è entrata una cliente, lei ha continuano a chiacchierare con le persone presenti e io ho pensato, osservando da distante la scena: “ecco, sta succedendo davvero: persone che non ci conoscono tra loro nella mia libreria stanno parlando e si ascoltano tra di loro … ed è qualcosa di unico e meraviglioso!”