Questa ve la devo dire.
Succede che ogni tanto, nella visualizzazione dei post sulla pagina fb della libreria, qualcuno metta un like ad articoli vecchi. E’ raro e al massimo si va indietro di qualche giorno.
Con un’eccezione, di cui ancora non so spiegarmi la logica.
Quella eccezione si chiama Fabio Bartolomei e, a distanza di ormai oltre un anno, qualcuno ancora ripesca le parole che avevo scritto su quel piccolo gioiello che si chiama “L’ultima volta che siamo stati bambini”.
Ora, sempre con Edizioni E/O, arriva “Morti ma senza esagerare” che ho cominciato a leggere davanti a un cappuccino e un saccottino al cioccolato e finito nella pausa pranzo.
Io ancora non lo so come diamine faccia, ma lui ha questa cosa per cui in una pagina sorridi e nell’altra senti il pulsare della lacrime nell’incavo interno dell’occhio.
Partiamo da una premessa: quello di cui vi parlo è un romanzo breve, il primo di quattro storie che compongono la “Quadrilogia della famiglia” nel quale lo scrittore vuole esplorare i legami tra genitori e figli.

Vera, la protagonista, è di fronte a quella ferita straziante e dilaniante che conosce solo chi ha persone uno o entrambi i genitori. Precisiamo: quando li hai persi all’improvviso, senza un accenno di acciacco, malanno, analisi del sangue sballata e test vari.
Un attimo ci sono, l’attimo dopo non ci sono più.
E’ il momento della Donna Forte che affronta coraggiosamente le formalità funebri e poi sviene dal pianto nel lettino della cameretta in cui è cresciuta.
Qui avviene il “miracolo”. Vera, nel dolore folle della perdita, prega di riavere la sua mamma e il suo papà indietro, ha bisogno di loro. E loro compaiono.
Sono lì, nella casa che hanno sempre vissuto, pronti a esaudire la sua richiesta. Sono gli stessi, nella loro semplice complicità, nelle battute taglienti della madre e nello sguardo caldo e affettuoso del padre.

Per Vera è l’opportunità di fare ammenda. Di tutte quelle volte che da figli cresciuti siamo stati sgarbati, infastiditi, frettolosi e ciechi di fronte alle palesi mancanze nei confronti di chi per noi c’è sempre stato.

Poi arriva la consapevolezza. Vera elabora e supera il lutto o forse approda a un livello successivo: quello nel quale impari che dopo aver tanto ricevuto, è giusto donare a tua volta. E lasciare andare.

Leggetelo, leggetelo d’un fiato. Gustatevi la camomilla che la madre prepara con amore, sorridete delle sottili apprensioni paterne e provate a immaginare quale meraviglioso gusto può avere quel piatto cucinato apposta per voi e che sapreste riconoscere a occhi chiusi.

“Amore, che non eri andata a Firenze per amore del Botticelli lo avevamo capito subito. Quanto ti ho telefonato e ti ho chiesto – Hai visto la Primavera? – … com’è che mi ha risposto, Armando?
– Sì, fa caldo, si sta bene a maniche corte –
Scoppiano a ridere. Senza ritegno. Si danno anche di gomito ripetendo: “Si sta bene a maniche corte!”.
“Lo sapevate?”
“Amore, un genitore fa tutto quello che può” dice mia madre con le lacrime agli occhi. “Anche passare per scemo, quando occorre”.

Grazie Fabio … da chi ha perso un pezzo e qui lo ha in parte ritrovato!