non ti faccio niente

Dietro la stesura di un thriller sembrano esserci un paio di regole semplici:
– il colpevole non si deve scoprire fino alle pagine finali
– la trama e lo stile devono tenere incollato il lettore alla storia.

Facile, no?
NO, PER NIENTE!
Scrivere un romanzo ad alta tensione richiede doti narrative raffinate perché i meccanismi dell’attesa e della paura che si mescolano agli indizi lasciati sospesi non li puoi infondere attraverso tecniche cinematografiche ed effetti speciali.
Un buon thriller è fatto allora di elementi più sottili, primo fra tutti un’accurata definizione dei personaggi.
Ogni storia ha bisogno di validi attori sulla scena, ma qui è il fattore psicologico, la scelta dei caratteri e di come questi si modelleranno nell’evolvere della storia a fare la differenza.

Paola Barbato, nel suo romanzo “Non ti faccio niente” edito da Piemme, non ha solo realizzato una scena del delitto, ma un vero e proprio spettacolo in più atti e decine di comparse.
Più mi inoltravo tra le pagine della storia, più mi stupivo della sua abilità nel sapersi destreggiare in una trama così articolata.
Il romanzo, infatti, si muovi su due piani temporali differenti. C’è il passato tra anni ’80 e ’90 quando la penisola italiana fu attraversata da una serie incredibile di rapimenti di bambini. Molto anomali, a dire il vero, perché tutti si concludevano in un paio di giorni e i rapiti non solo tornavano a casa sani e salvi, ma addirittura contenti di quell’esperienza nella quale erano stati coccolati e ben trattati.
E poi c’è il presente, molto più fosco, in cui un misterioso killer (lo stesso del passato?) si è messo sulle tracce di quei bambini rapiti e ha preso di mira i loro figli. Solo che questa volta i rapimenti hanno un risvolto terribile e crudele.

Di fronte a questi scenari dove il racconto si mescola ai racconti, subentra l’altra nota distintiva del romanzo: la ricchezza dei personaggi al punto che per una parte iniziale è quasi difficile cogliere chi sia il protagonista reale della storia.
C’è il vecchio rapitore ovviamente, una figura chiave della vicenda che Paola restituisce in una maniera così toccante e profonda da poterlo quasi vedere, nelle sue inquietudini e nei momenti di lucida meticolosità e freddezza.
Ci sono loro, i bambini rapiti i cui vissuti, a distanza di anni, sono destinati a intrecciarsi, come in una sorta di ideale fratellanza che li spinge a cercare e offrire una protezione reciproca di fronte alla nuova minaccia. Hanno vite diverse, caratteri e indole differente, ma un passato comune, un’infanzia segnata dall’abbandono e dalla trascuratezza da parte dei genitori e che quel rapitore gentile aveva saputo cogliere, con una sensibilità unica, un’empatia che anche qualcuno delle forse dell’ordine messo sulle tracce del caso aveva intuito.
Ci sono le figure che ruotano attorno, come la compagna del rapitore, la Nives. Donna risoluta e consapevole del detto e del non detto dell’uomo che si è messa accanto. Ci sono padri, nonni, vicini di casa, personaggi che entrano ed escono dall’ombra, abilmente guidati dalla scrittura dell’autrice che nulla lascia al caso.

Ci sono le emozioni forti che una storia come questa è in grado di smuovere. Soprattutto nel cuore di un genitore la cui paura più grande resterà sempre quella di perdere di vista per un attimo il proprio figlio e non trovarlo più.
Credo che il romanzo di Paola Barbato sia allora molto più di un thriller. E’ qualcosa che smuove le nostre coscienze, che ci chiede di metterci faccia a faccia con i nostri errori, è un invito ad avere un occhio di riguardo per quel tempo così meraviglioso e ingenuo della nostra vita che è l’infanzia, un’età piena di promesse e sogni che spesso s’infrangono dietro uno sguardo freddo da parte di un adulto.

Paola Barbato sarà ospite di Bufò giovedì 6 luglio dalle 19,00 per raccontare il suo libro.
Ingresso libero