oh capitano

Uao! Comincio così.
Non ero mai entrata nella scuola Holden e quando si è presentata l’opportunità di quest’incontro gratuito con sei grandi autori contemporanei, non me lo sono fatta scappare.
E’ rivolto principalmente a docenti di ogni ordine e grado e, nella mail di adesione, ho pregato che facessero un’eccezione: non insegno, ma sono ogni giorno a contatto con storie e lettori. Sono anche io un tramite, proprio come un professore in un’aula di scuola.
Così la Holden mi apre le sue porte per questo appuntamento che nel nome cita un famoso verso di Walt Whitman, pronunciato da lui: il Professor Keating ne L’attimo fuggente.
Proprio lui. Quello che saliva sui banchi e invitava i suoi studenti a fare lo stesso per avere una prospettiva nuova e diversa delle cose.

L’intento dei due incontri è appunto quello di ritrovare e parlare di un punto comune che negli ultimi anni si è appannato un po’: la passione che ci può e deve essere nell’insegnamento e il desiderio che chiunque di noi abbia a che fare con i ragazzi nutre di appassionarli alle storie, alla lettura, alla comprensione del mondo.
A tenere banco, se così si può dire, in questa prima giornata sono stati Fabio Geda, Piergiorgio Odifreddi e Paola Mastrocola.
Sono tre ore pienissime, ne esco con la testa stordita e il quaderno che non riesce a stare dietro agli stimoli, le idee e i tanti contenuti citati.

Fabio Geda, il più giovane dei tre, arriva con una breve presentazione Power Point e una pila di romanzi per ragazzi sul tavolo. Alcuni li riconosco e sorrido quando cita Aidan Chambers, in particolare la postfazione del suo primo romanzo “Ombre sulla sabbia” (Rizzoli).
Lì, in quelle pagine, il grande romanziere racconta come, all’inizio della sua carriera da insegnante, si scontrasse con il rifiuto da parte dei suoi studenti di leggere i libri che lui proponeva.
Era la fine degli anni ’60 e, ieri come oggi, i ragazzi chiedevano storie brevi e che parlassero di loro, di sentimenti e vissuti più o meno vicini alle loro vite, nei quali identificarsi e fare esperienza.

Perché le storie sono questo: acceleratori di esperienze, simulatori di realtà, altro da noi. I libri ci permettono di vivere tutte le esistenze che non ci sono concesse.

Non è un caso, dice Geda, che il filone più letto e apprezzato dai ragazzi siano i romanzi distopici: le storie, cioè, ambientate in un futuro che finisce male e dove i protagonisti vivono una forte esperienza del male.
Dobbiamo accettarlo: il male affascina e proporlo ai giovani lettori non vuol dire necessariamente deviarli o spingerli verso derive dalle quali non faranno ritorno.

Soprattutto, ricorda Geda, difendiamo i ragazzi dal pericolo della storia unica. L’invito è proporre loro esperienze, racconti e punti di vista che li educhino alla complessità. Per evitare appiattimenti, luoghi comuni, per renderli davvero cittadini del mondo.

Quando Piergiorgio Odifreddi, matematico, logico e autore di libri di divulgazione scientifica, sale sul palco, il tempo si annulla. Non ha libri o presentazioni da portare. Solo un cellulare che gli tiene traccia del tempo che scorre. Lui parte e parla ininterrottamente per un’ora. Lo fa a braccio, si capisce, anche se sembra avere un copione scritto in testa talmente è abile nel gestire i collegamenti tra autori e argomenti che cita.
Mi ha molto colpito la sua riflessione sui vari tipi di lettori.

Esistono, secondo lui, tre tipi:
il lettore bambino: è quello che nei libri vuole andare a scoprire come finisce la storia
il lettore adolescente: più che dal finale, è incuriosito dalla morale. Sa che un buon libro ti deve lasciare qualcosa
il lettore maturo: è quello che va oltre la superficie del testo e di un libro riesce a codificarne la struttura, vede come la trama è stata composta e quali riferimenti nascosti vuole dirci lo scrittore

Scopriamo, così, che nei grandi libri della storia c’è molta più scienza di quanto non si creda.
Con un’eleganza da direttore d’orchesta, Odifreddi passa da Dante e dalla sua visione delle sfere celesti al grande romanzo di Guerra e Pace di Tolstoj, in una Russia di cui vorrebbe raccontarci mille cose.
Dice una cosa molto bella e vera:

a scuola sarebbe proficuo che le varie discipline si parlassero, che tra le varie materie si facessero collegamenti e che non rimanessero, invece, delle isole tra loro.

Quando arriva il turno di Paola Mastrocola, docente di lettere e autrice di numerosi romanzi, sul banco si accalcano vecchie edizioni dei Promessi Sposi e dell’Odissea. Paola, però, non parte da loro. Il suo è un momento di scoramento dovuto al fatto che negli ultimi anni ormai è sempre più difficile catturare i ragazzi sui libri. E’ come se per loro fossero una doccia fredda, dove l’acqua scivola veloce senza lasciare traccia di sé.
Eppure gli insegnanti hanno un compito che è unico e prezioso: lavorare sulle parole.
Ce lo ricorda leggendo versi di Montale, oppure spegnendo le luci e facendo risuonare la sua voce sulle pagine de “L’amico ritrovato”.
Non vende ricette facili perché non ci sono. Racconta i suoi tentativi, i suoi esperimenti, senza avere remore nel denunciare che uno dei principali nemici della letteratura a scuola è proprio la scuola: nei suoi programmi forsennati e nelle sue interrogazioni.
Lavorare sulle parole significherebbe, infatti, trascorrere anche una settimana su un verso, ma questo non è possibile se in un anno devi far leggere tutto Manzoni.
Lavorare sulle parole vuole dire anche non avere timore di scegliere quelle più difficili. A me vengono in mente tante intense riflessioni sugli albi illustrati e sul fatto che, ormai da un po’, s’invitano i genitori a non semplificare il testo che leggono ai loro figli.

La lettura ha bisogno di parole complesse, di qualcosa che resti sospeso e che chiami poi una spiegazione o una ricerca personale.

Ci ha lasciato con un odore nel naso, che è poi quello che i libri sanno fare.
Quello dei cappotti di lana bagnati appesi nella aule nelle mattine di pioggia e che Fred Uhlman restituisce magistralmente nel suo libro.

Aspetto con trepidazione l’appuntamento di giovedì.