poesia dorsale

Il gruppo di insegnanti e outsiders come me in questo secondo pomeriggio di confronto alla Scuola Holden si è un po’ ridotto.
Anche il sole del martedì prima ci ha abbondanti. Io mi rifugio in un cappuccino bollente e nel mio posto a sedere in seconda fila.
Oggi gli ospiti saranno Marco Missiroli, Stefano Piedimonte e Michela Murgia.
Confesso alle mie vicine di non sapere chi siano i primi due e di essere soprattutto qui per l’ultima.
Se mamma, che aveva tanto amato il suo Accabadora, sapesse che l’avevo qui a pochi metri, avrebbe sicuramente sorriso.

Mi basta una veloce occhiata a internet per scoprire chi siano i primi due e ancora una volta mi stupisco di come ormai mi trovi a confrontarmi con autori coetanei o addirittura più giovani di me.
La sorpresa è doppia quando Marco Missiroli, appena salito sul palco, afferma di aver letto il suo primo libro a 20 anni.
E che con il suo primo libro (“Senza coda, 2006) ci ha vinto il Campiello.
Il suo racconto comincia con un’immagine che ci riporta un po’ a quanto detto da Odifreddi nel pomeriggio precedente.
Ci sono lettori che amano scorporare i libri, trovarne la struttura nascosta per capire come facciano ad essere così coinvolgenti.
Per Marco questo è avvenuto con il libro di Niccolò Ammaniti “Io non ho paura” che, come sappiamo, racconta l’incontro tra il giovane Michele e Filippo, un bambino rapito nei territori della campagna pugliese e che il protagonista scopre poi essere oggetto di un tentativo di riscatto da parte della sua stessa famiglia.

Mi ha molto colpito il modo con cui Marco Missiroli ha raccontano in modo diretto e senza fronzoli come per lui la lettura, negli anni di scuola, fosse stato soprattutto un obbligo e che mai nessuno gli avesse messo tra le mani qualcosa che lo avvinghiasse.
Mi serviva un cavallo di Troia per entrare e nessuno me lo dava”.
Poi arriva Ammaniti ed è subito una rivelazione, uno squarcio che si apre in una mente che fino a quel momento aveva sempre rifiutato il libro.
Da questo scrittore inizia poi un viaggio che non si ferma più. Tra i tanti nomi citati, impossibile non ricordare Anne Frank con il suo Diario, lei con le sue pagine scritte ha distrutto Hitler ed è diventata un condizionale universale, l’esempio di tutti i sogni rubati e delle potenzialità distrutte dal furore di un’ideologia.

Marco ci dice che sui banchi di scuola, tra i metri di giudizio, ci dovrebbe essere anche la voracità, ovvero la fame con cui un ragazzo divora storia e sembra non saziarsi mai.
Si può diventare lettori forti, pur essendo degli asini in classe. E’ così che comincia il racconto di Stefano Piedimonte, un lungo percorso fuori e dentro la scuola caratterizzato sempre dalla curiosità con cui lui amava approfondire ciò che lo interessava.
Stefano, a lungo giornalista presso il Corriere della Sera è ora uno scrittore e condivide con noi il ricordo dei suoi giorni alle elementari quando, complice un programma sperimentale, ai bambini era data la possibilità di scegliere un libro e leggerlo al posto delle tradizionali lezioni di grammatica.
Qualcosa che, certo, ha creato non poche difficoltà successivamente, ma ha permesso a lui e ai suoi compagni di familiarizzare con un oggetto come il libro.

Su questo punto la riflessione di Michela Murgia è stata davvero illuminante.

Bisogna partire dal presupposto che per molti ragazzi il libro
sia assente tra le mura di casa.

Eppure si tratta di un oggetto perfetto e che risponde in modo incredibile alle esigenze di fisicità e materialità degli adolescenti di oggi.
Il digitale, ci dice la Murgia, è molto più materico di quanto si pensi perché con le mani oggi si può fare molto di più che in passato.

Partendo da questi presupposti, la scrittrice ha condiviso alcuni utili giochi/esperimenti letterari che, prima ancora di svelare il contenuto di una storia, offrono la possibilità ai ragazzi di usare il libro nella sua consistenza.
Proporre, per esempio, una copertina alternativa, riscrivere la quarta e accorgersi quante storie diverse possono nascere da un solo libro, oppure proporre esercizi di poesia dorsale, usando i titoli dei libri per creare brevi componimenti personali.

Ci ha invitato poi a riflettere su come sia importate ribadire il legame tra le parole e le cose e di come un libro possa davvero diventare un’esperienza forte e collettiva (i lucchetti di Moccia insegnano molto!!!).
In quest’ottica nasce il suo romanzo “Chirù” che, a due mesi dall’uscita ha visto la scrittrice dare corpo e voce al protagonista creando un suo profilo sui social e permettendogli d’interagire con il pubblico. Qualcosa che i lettori hanno molto apprezzato e che rievoca, per ammissione della stessa Murgia, il grande lavoro fatto da Orhan Pamuk con il suo “Museo dell’innocenza” dove l’autore ricrea nella realtà ciò che ha raccontato nel romanzo.

Siamo decisamente in ritardo sui tempi, ma Michela ci ha ipnotizzato e la sensazione della “testa che fuma” in questo umido pomeriggio torinese è quasi un piacere. Salgo in macchina e spengo la radio. Non riuscirei ad ascoltare altre voci in questo momento,
Mi faccio cullare da quelle di questo pomeriggio mentre il traffico in città scorre lento, i vetri s’appannano e i primi lampioni s’accendono.

Se vuoi leggere il resoconto del primo incontro, lo trovi qui.

La foto in alto è un esempio di spina dorsale fatto stamattina appena entrata in libreria con gli albi illustrati.

Ma che roba ?

Aiuto! La luna non c’è più!

Magari domani

Sam e Dave scavano una buca