Devo fare uno sforzo, lo ammetto. Mi devo convincere che è arrivato il momento di leggere uno o più libri che riportino a galla quella profonda ferita della nostra storia recente che è stata la Shoah.
Lo so, non si dovrebbe leggere per obbligo o senso del dovere, ma la mente mette in atto i suoi meccanismi di protezione e sente uno squarcio aprirsi tra stomaco e cuore quando ascolta le storie di chi ha vissuto sulla propria pelle quel dramma, ha perso tragicamente i suoi cari e porta con sé un segno indelebile di quell’inferno.

“Presto torneremo a casa” di Jessica Bab Bonde e Peter Berting pubblicato nel 2019 da Einaudi Ragazzi nasce all’interno del Comitato svedese contro l’antisemitismo e raccoglie, in veste di fumetto, le testimonianze di sei giovani vite spezzate dalla follia nazista.

Le storie di Tobias, Livia, Selma, Susanna, Emerich e Elisabeth si svolgono in un crescendo di terrore e annichilimento. Erano bambini felici e amati e la loro esistenza è stata spezzata in modo brusco e improvviso.
Tutti loro raccontano lo shock della vita nel ghetto, l’essere privati senza motivo delle loro case e dei loro averi, il patire la fame, il doversi nascondere dai rastrellamenti e lo sforzarsi di sopravvivere anche vivendo a stretto contatto con la morte.

Poi i tanti viaggi in treno, stipati e ammassati come bestie, l’arrivo nei campi di concentramento.
Il cuore mi si ferma quando ogni volta uno di loro racconta che quello è stato l’ultimo momento in cui hanno visto il padre, la madre, i fratelli e le sorelle.
Mi chiedo ogni volta quanto coraggio e determinazione possa esistere in un bambino per non soccombere sapendo di essere solo.

L’odio cieco e spietato dei nazisti prosegue a oltranza. Anche quando la disfatta è palese e i Russi sempre più vicini, migliaia di ebrei allo stremo delle forze vengono trascinati in giro per il freddo nord Europa. Molti, moltissimi muoiono: il freddo, la fame, il tifo e la tubercolosi li uccidono a un passo dalla salvezza e i giovani occhi dei protagonisti vedono tutto.

Tutti loro ricevono accoglienza in Svezia. Portano i segni di quelle ferite per anni, cercano di rimettersi in contatto con i propri cari senza sapere chi di loro sia effettivamente sopravvissuto. Si sposano, viaggiano, fanno figli, ritrovano un senso di quiete e felicità, alcuni iniziano a testimoniare nelle scuole e davanti ai ragazzi.

So che è assurdo da dire, ma quando arrivo alla fine mi devo ancora una volta convincere che tutto questo è successo, è successo davvero e non perché non mi sembri possibile … ma perché è troppo doloroso da credere.

“Presto torneremo a casa” è adatto, a mio avviso, a partire dai 10 anni di età. Va letto, commentato e condiviso. Insieme.
Solleverà tante domande a cui sarà difficile rispondere. Bisognerà provarci.