swing time

Dopo un’assenza troppo lunga, cerco di trovare il tempo per raccontarvi qualcosa delle mie letture estive.
Mi rimprovero spesso di non essere abile abbastanza a scrivere le recensioni appena ultimata le letture, quando le sensazioni sono ancora calde sulla pelle e nella testa.

Per “Swing Time“, ultimo libro di Zadie Smith (ma il primo a dire il vero che io leggo di questa autrice che ha appassionati molti lettori con il suo Denti Bianchi scritto a soli 23 anni), in realtà questa regola non sarebbe bastata.
Il suo romanzo richiede un tempo d’incubazione che ti permetta di capire cosa te ne rimane attaccato a distanza di tempo.

Partiamo dalle informazioni essenziali.
Swing Time è un lungo racconto in prima persona di una donna che ripercorre la prima infanzia e il proprio percorso di vita, a partire dai primi anni ’80 del 1900 in una Londra multietnica e sfaccettata.
La base fondante del romanzo è il rapporto di amicizia e rivalità tra la protagonista della quale non conosceremo mai il nome e Tracey, una coetanea incontrata alle dieci di un sabato mattina nella classe di danza della Signoria Isabel.
Il ballo è proprio ciò che le avvicina e non a caso il titolo del libro è quello dell’omonimo film con Fred Astaire e Ginger Rogers del 1936.
Per il resto le due bambine sono molto diverse: fisicamente, caratterialmente e persino i loro modelli genitoriali sono agli antipodi.

La protagonista, in particolare, vive con la madre un rapporto altalenante dove alla ricerca di attenzioni da parte della genitrice, che preferisce impegnarsi in una battaglia personale e sociale di riscatto della minoranza etnica a cui appartiene, subentra poi la fase dell’allontanamento e del rifiuto.
Tracey agisce come una calamita che un po’ attrae e un po’ respinge la figura narrante e che nella sua figura e nel suo vissuto ben incarna uno spaccato delle difficoltà di farsi strada nel mondo dello spettacolo con il rischio di essere messe in un angolo in ogni momento.

Se c’è un tratto saliente della scrittura di Zadie Smith è senza dubbio la sua capacità di restituire la complessità dei rapporti e delle relazioni umane.
Gran parte del romanzo è poi occupato dall’impegno lavorativo e umano che la protagonista dedica a una pop star di successo di cui diventa assistente e che la vede spostarsi da un continente all’altro per soddisfarne esigenze, vizi e responsabilità sociali.
Ed è qui che compare l’Africa, la terra da dove tutto è partito e che a mio giudizio è la parte più intensa del romanzo.
Mentre la pop star si dedica alla costruzione di una scuola femminile, la protagonista, nel corso dei numerosi sopralluoghi, prende confidenza con un mondo, una storia, un modo di vivere e soprattutto delle persone che sente da subito affini.

Anche in queste lunghe peregrinazioni la musica non cessa di essere in primo piano, sia perché non mancano flashback e occasioni durante le quali la protagonista incontra di nuovo Tracey, sia perché del danzare, del movimento del corpo se ne colgono varie sfumature.
Il ballo nel compound vicino alla scuola fondata è qualcosa che travolge e coinvolge mentre quello della pop star e dell’amica d’infanzia è spesso invece sinonimo e ostentazione di sensualità.

Ad un livello più profondo, quindi, il romanzo di Zadie Smith si presta a molte letture: mentre parla di amicizia racconta anche di ingiustizie sociali, mentre palesa (e denuncia) gli eccessi di una stella dello spettacolo narra anche la fatica di chi dal basso cerca di emergere e riuscirà a guadagnarsi una posizione prestigiosa, mentre mostra i diversi modi di essere madre ci rivela anche luci e ombre della paternità.

E’ una lettura densa, corposa, piena, dotata di grande stile ma da leggere con moderazione.
Ti fa letteralmente girare il mondo oltre che viaggiare nel tempo.
Lo si potrebbe quasi definire esso stesso una danza di un’abile ballerina di parole.