una bella differenza

L’antropologia riveste sempre un grande fascino sebbene agli occhi dei più si ammanti ancora di un fascino “tribale” che ha smesso di rivestire da tempo.
E’ una disciplina giovane che, bisogna ammetterlo, è stata figlia di un’epoca coloniale in cui l’Altro era quasi sempre etichettato come “inferiore”, “esotico”, “primitivo”.
Mi piace ricordare come questa scienza sociale abbia saputo, nel trascorrere delle stagioni storiche, guardarsi dentro, adattarsi alle nuove condizioni e riflessioni di vita e di pensiero e sia riuscita a trasmettere l’idea della giusta distanza, del saper guardare in prospettiva e sempre nel massimo rispetto dei contesti culturali in cui le azioni umane si svolgono.

L’antropologia è una materia universitaria. Eppure, Marco Aime, uno dei più noti antropologi italiani, riesce in questo libricino piccolo ma denso di contenuti a trasmetterla a quello che potremmo definire “un pubblico di non addetti ai lavori”, ovvero le giovani nipotine.
Mentre leggevo, me le sono immaginate sedute con gli occhi sbarrati mentre ascoltavano racconti di viaggi in ogni angolo del globo ed è sorprendente come in così pochi pagine l’autore sia riuscito a dialogare sui temi più importanti e interessanti di questa disciplina.

Le diversità del mondo hanno origini antichissime, si può dire anzi che nascano con l’uomo e che dell’uomo abbiano seguito i suoi passi. Miliardi di passi che lo hanno portato a occupare nel corso di millenni tutte le terre emerse, adattandosi ai suoi climi e alle sue caratteristiche geografiche.
Siamo tanti, tantissimi, sulla faccia della Terra ma l’antropologo sa che dietro quei grandi numeri si nascondono fili comuni e che dietro ogni differenza ci sono in realtà tratti simili: il desiderio di comunicare, l’esigenza di trovare del cibo e un riparo, il bisogno proprio di ogni cultura di disegnare e modellare il proprio corpo in modo unico, le pratiche e i rituali relativi alla nascita e alla morte, la necessità di dare un senso al tempo che scorre.

Accanto alla comprensione delle varie risposte che gli essere umani hanno dato ai loro bisogno, c’è la consapevolezza tutta antropologica che “ognuno guarda le cose dal suo punto di vista e crede che sia l’unico, ma non è così.
In realtà, siamo tutti un po’ stranieri, come racconta un capitolo del libro in cui l’autore svela alle bimbe come gran parte degli oggetti di uso quotidiano siano in realtà invenzioni provenienti da altre paesi e altre culture e che noi abbiamo fatto nostre, integrandole nelle abitudini di tutti i giorni.

Le differenze sono ovunque e bisogna imparare a rispettarle. Gli antropologi questo lo sanno molto bene dato che proprio quelli “occidentali” stanno cominciando a diventare materia di studio da parte di quegli “Altri” su cui i primi si erano spesi in ricerche e viaggi.

Il segreto, ci dice Aime, è imparare a riderci sù.
No, non è sempre facile convivere con persone che sentiamo diverse da noi per il loro modo di pensare, vestirsi, agire.
Il fatto è che anche loro potrebbero pensare lo stesso di noi e ironizzare su ciò che ci sembra più assurdo e strano l’uno dell’altro magari non appianerà le diversità (che è bene che ci siano!), ma potrebbe evitare incomprensioni e malcontento.

Che quello sì che sappiamo dove va a finire.